Uno nessuno centomila

Scritto da cortesi on . Postato in Post Scriptum : Dialoghi senza cravatta

“Dio forse ha creato l’uomo, ma l’uomo, l’uomo, il figlio di Dio, ha creato Dio solo per inventare se stesso. L’uomo ha scritto la Bibbia per paura di essere dimenticato, infischiandosene di Dio. Noi non amiamo e non preghiamo Dio, ma lo supplichiamo. Lo supplichiamo perché ci aiuti a tirare avanti: cosa ci importa di Dio per come è? ci preoccupiamo solo di noi stessi. Allora la questione non è solo sapere se Dio esiste, ma se noi esistiamo.”

Il pazzo Shlomo così recitava rompendo un momento di irreale preghiera in una delle più belle scene del film Train de Vie del 1998, che con grande ironia affrontava il tema della Shoah.

Di nuovo, come molte altre volte nella storia della cultura, la verità è affidata ai pazzi. Pensiamo all’Amleto shakespeariano, che tale si finge per vendicare lo spettro del padre. Al Don Chisciotte di Cervantes, l’ultimo tra gli illusi ma primo tra i cavalieri. All’Enrico IV di Pirandello, vittima della propria consapevole follia poiché impossibilitato ad adeguarsi ad un’ingrata realtà. Quasi che senza il filtro della follia l’uomo non possa andare contro il buon senso del vivere comune. Come se dire o fare qualcosa di diverso dagli altri sia disarmante tanto da essere considerato folle.

Il punto è che la definizione stessa di follia è da contestualizzare. All’inizio del novecento tingersi i capelli di verde era un gesto sconsiderato. Alla fine dello stesso secolo, un colore più azzardato in testa voleva dire che ti piaceva fare il punk! E quindi è da relativizzare, perché influenzata dalla cultura, dall’ambiente, dalle convenzioni che rispecchiano il momento storico in cui si è immersi. Il relativismo filosofico, sin dalle sue origini greche giustifica l’uomo, i suoi atti, le sue scelte di vita, ponendolo dentro una prospettiva più ampia, quella della comunità in cui vive. Se per i greci era vietato che una ragazza frequentasse un uomo prima del matrimonio, per i Macedoni era cosa buona e giusta. E come ci fa presente Protagora, padre della sofistica, il giudizio di bello, turpe, santo, non dipendono dall’uomo, ma dall’uomo in un determinato contesto. E dunque, la misura del giusto, del piacevole, del normale, non è l’individuo singolo, ma la società cui appartiene. E più ampio sarà il consenso, più esso andrà bene. E’ solo il pubblico che decreta il vincitore, che definisce le regole del gioco, che esalta e punisce, che applaude e tradisce, che alza o abbassa il pollice a suo piacimento. Certo i fatti aiutano, ma è sempre l’interpretazione di quei fatti che li riconosce come verità.

E se è vero che l’uomo è un animale sociale, come si pone in tutto questo? E’ concesso avere una propria identità, una individualità personale, che esiste e che rimane a prescindere dal resto? Che si relaziona al mondo in maniera imparziale? O no? Considerando quanto i social media hanno influenzato i nostri comportamenti negli ultimi dieci anni, verrebbe spontaneo rispondere no. O meglio ni. Perché l’uomo ha bisogno di rispecchiarsi in un concetto di sé, nel momento stesso in cui lo sta vivendo. Scrivere un post su Facebook ed avere molti “Like” provoca un effetto che non lascia indifferenti, così come il suo contrario. Essere completamente ignorati fa male. Fa male tanto quanto parlare e non essere ascoltati. Certo, possiamo sempre dire che quella è una realtà virtuale, e che forse non ci tocca fino in fondo, e che il mondo vero è un’altra cosa… ma ogni giorno accedono alla piattaforma, solo in Italia, circa 19 milioni di utenti che stanno sui social 2 ore e mezza l’uno, che in una settimana fanno 17,5 ore e in un anno 840 ore, in fondo molto di più di quanto vediamo i nostri più cari amici in carne e ossa… Ed è una tendenza che negli adolescenti è portata alle estreme conseguenze.

Al dirla bene, siamo tutti vittime di una definizione di noi anzi a volte non necessariamente di una, ma di tante quanti sono i ruoli che ci mettiamo addosso durante la giornata. C’è da chiedersi se l’opinione, reputazione, immagine di noi nel mondo, abbia un peso nel nostro comportamento sociale, ovvero, se in tutto questo contesto, siamo ancora in grado di mantenere una nostra opinione? O il nostro pensiero critico è scritto al contrario, come se fosse elaborato in uno specchio? Per molti di noi, l’io è una cuccia su cui accoccolarsi per riprendere coraggio, perché la propria solidità non si discute. Ma per molti altri, schiavi dell’epidermide, dell’estetica, per dirla come Kierkegaard, purtroppo no. E la dipendenza dall’altro, rende succubi del pensiero di quello stesso altro, influenzando così la nostra opinione, che mai si manifesta per paura di un giudizio superiore al nostro. E questo toglie autonomia all’individuo, immergendolo nella palude fangosa dell’insicurezza.

E’ vero ciò che siamo a volte non corrisponde a ciò che pensano di noi. Ma nessuno consegue la “patente” della “iettatura”, o della “fortuna” in senso assoluto o per sempre. Nessuno è veramente come Rosario Chiarchiaro*. L’importante è sempre ciò che noi pensiamo davvero di noi stessi, riconoscendoci un posto privilegiato e speciale nella nostra vita, nella vita dei nostri figli, compagni, genitori, amici. Nel valore che ci diamo e che ci meritiamo di darci, tra le nostre centomila sfumature. E con la consapevolezza che la vita non è un luogo dove si può sempre essere il re o la regina della festa, ma non è nemmeno un luogo dove si è una nullità. La vita reale non è un tutto o un niente. Non è uno zero spaccato, non è un trenta e lode. La vita è forse quell’equilibrio di sfumature, che combinate tra loro rendono davvero unico il nostro essere umani, nel nostro valore, nella nostra potenza, nella nostra immensa identità.

  *Protagonista della novella “La Patente” di Luigi Pirandello (1917)

Trackback dal tuo sito.

Lascia un commento


+ sette = 16

Per informazioni - email: info@gabrielliassociati.it
telefono: +39.329.2182011

Studio Gabrielli Associati srl
CF e P. IVA: 08889671007

Sede legale
Roma - Via Giuseppe Lazzati, 185, CAP 00166

Sedi operative:
Roma - Via Fogliano, 3 - CAP 00199 - Tel: 06.85356030
Offida (AP) - Via Fernando Fabiani, 24 - CAP 63073 - Tel: 0736.887080