Potere

Scritto da cortesi on . Postato in Post Scriptum : Dialoghi senza cravatta

Su Sky è in onda la seconda stagione di House of Cards. Hanno annunciato che ce ne sarà una terza e la cosa mi rende molto felice perché nonostante l’arido cinismo, contornato da spruzzate di spietata cattiveria, il suo protagonista Frank Underwood, personaggio creato dalla mente di Michael Dobbs ex capo di stato maggiore di Sua Maestà, a me personalmente affascina non poco.

Forse perché ad interpretarlo è un uomo dalla capacità espressiva di Kevin Spacey. Forse perché a dirigerlo dietro la macchina da presa c’è il perfezionismo di David Fincher, regista noto per altre celebri pellicole, tra cui Seven, Fight Club, The Social Network, forse perché la Serie TV ha vinto 9 Emmy Award. Fatto sta che la storia si ispira agli intrighi del mondo politico, ai vizi degli uomini che ne fanno parte, agli scrupoli che non si hanno per raggiungere gli alti obiettivi legati al senso del superiore potere della Democrazia. E Frank affascina. Frank e la sua intelligenza. Frank e la sua ambizione. Perché come in tutte le storie che si rispettino, un cattivo ben riuscito è sempre quello che un po’ ti sta pure simpatico. E le citazioni di Frank Underwood sono entrate a far parte del quotidiano, sono un culto nel mondo della rete, sono date alle stampe o usate in presentazioni aziendali. Un personaggio quasi shakespeariano, che piace perché giustifica le sue mosse, confidandosi ai suoi telespettatori, direttamente in camera, un po’ come faceva Riccardo III. E d’altro canto il suo creatore è nato e cresciuto in Inghilterra…

Secondo Underwood, o meglio secondo gli sceneggiatori di House of Cards, il potere è un vecchio palazzo di pietra che rimane in piedi per secoli, al contrario dei soldi, abitazioni lussuriose che decadono dopo qualche anno.

Ma cos’è il potere?

Di definizioni e teorie sul potere ne sono state espresse tante. E il tema è molto complesso perché lo si può guardare da tante prospettive, utilizzando diverse categorie e inquadrandolo in associazione al suo contesto. Il potere dei soldi. Il potere della bellezza. Il potere di uno status. Il potere della fama. Il potere della gerarchia. Il potere di un ruolo aziendale. Il potere di decidere. Il potere in senso sociale, economico, giuridico e chi più ne ha più ne metta. Il concetto di potere, ad ogni modo, si porta sempre intrinsecamente dietro il senso di una qualche asimmetria, di un vantaggio nei confronti di un oggetto terzo, che sia una capacità, uno stato, una responsabilità. E si porta dietro, in maniera molto più subdola il concetto di libertà. Io posso decidere. Tu no. Io posso dire quello che penso. Tu no. Io posso. Tu no. Semplicemente. Anche se vero è che il potere non è mai assoluto…

Secondo Max Weber, padre della moderna sociologia, il potere consiste ed insiste nella legittimazione che si crea all’interno di una relazione, al contrario della potenza che è la capacità di farsi valere anche di fronte ad un’opposizione. Il potere si distingue dalla potenza perché si rende legittimo. Il potere legale, come lui lo definisce, si basa sul diritto di comando di persone che rappresentano un ruolo, al quale per legge occorre obbedire. Nelle organizzazioni si ha la tendenza ad agire sulla base di questa forma di potere. E questo in linea di massima non dipende dall’individuo, ma dall’impostazione che arriva dall’azienda stessa. Nell’identificazione dello strumento che ne sta alla base, l’organigramma, che parla di ruoli, di caselle, di “posti” di lavoro e di funzionari che li occupano. Certo poi viene l’individuo. Anzi soprattutto viene l’individuo. Ma il fascino di ricoprire una determinata casella che sta più su di un’altra, ed ha un determinato grade, è una fortissima leva motivazionale per le imprese. Ed è uno dei perni su cui si basano molte politiche di compensation.

Tra le varie teorie sulla motivazione, spuntate come funghi nel corso del secolo scorso, una mette particolarmente in risalto il concetto di potere come movente dell’agire individuale.

E’ la teoria dei “motives” sviluppata da McClelland, secondo cui esistono tre bisogni emotivi, disposti in diversi gradi di importanza, a seconda della personalità dell’individuo, che spingono l’uomo a fare: la realizzazione, il potere, l’affiliazione. In ciascuno di noi, uno dei tre è presente in forma dominante sugli altri, e questo ha conseguenze sul comportamento umano e quindi sulle leve da utilizzare per motivarlo.

La realizzazione, ovvero il bisogno di portare a termine un compito con successo, di arrivare al successo con lo sforzo, l’abnegazione, senza ricevere aiuti, con un’ottima prestazione e in ogni campo.

Il potere, appunto, ovvero il bisogno di imporsi sull’altro, di stabilire un vantaggio, manifestandosi con forme di controllo aggressivo, di competizione, o con azioni legate al carisma, alla reputazione.

L’affiliazione è legata al bisogno di appartenenza, per cui è importante far parte della storia di un gruppo, stringere relazioni con l’altro. Questo motiva e dà soddisfazione.

Il potere, soprattutto quello del denaro, non è dunque l’unico elemento da tenere in considerazione in un’analisi approfondita sulle risorse umane. E anzi capire cosa si nasconde dietro la motivazione di un collaboratore è il primo passo per creare uno schema di compensation più allineato ai suoi bisogni, creare soddisfazione e aumentare il nostro successo in qualità di Manager. Ed è un circolo virtuoso. Perché conoscere è capire. E capire è sapere. E sapere, se si vuole, è una delle più antiche forme di potere. Il potere di essere consapevoli. Il potere di decidere meglio.

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