Post Scriptum – Mio fratello è figlio unico

Scritto da cortesi on . Postato in Post Scriptum : Dialoghi senza cravatta

Mi piaceva canticchiare le canzoni di Rino Gaetano. Mi piaceva farlo sottovoce tra le deserte strade di campagna in cui sono cresciuto. Mi ritrovavo nei suoi pensieri, nel suo cantare i cambiamenti e l’alienazione della modernità. Mi sembrava un altro mondo rispetto al mio, un mondo così solitario, così senza senso. Mio fratello è figlio unico mi ha sempre fatto sorridere per la genialità del titolo, un urlo che rappresenta con incredibile forza gli assurdi paradossi dell’esistere. Perché siamo nati per cooperare, per condividere, per vivere in branco. Ma il modello a cui tendiamo e che ci viene proposto sin da piccoli è portato all’individualismo, al personale tornaconto, all’egoismo. Verso la società, verso il lavoro, verso la terra, verso la vita tutta.   Sono quasi 20 milioni le famiglie con un solo figlio al giorno d’oggi, ovvero una su cinque. Ed i numeri sono destinati a crescere. La crisi economica. Le mamme che lavorano. Le ambizioni professionali. Per non parlare della difficoltà di comunicazione, di reale interazione con l’altro. Per non parlare della presente assenza dell’altro, la cui anima spesso si nasconde dietro un cellulare.   L’individualismo comincia a mostrare dunque i suoi fenomeni sul mondo?   I fratelli dei nostri figli sono una razza in estinzione?   Il 76% degli americani è convinto che essere figli unici sia uno svantaggio sociale ed emotivo per l’essere umano. Bambini relegati in un mondo individualista, sovrani unici del proprio regno affettivo, incapaci di altruismo, di dialogo, di confronto.   Tuttavia, l’autrice Lauren Sandler innalza la bandiera dell’esatto contrario. Nel suo libro “One and Only”, sostenuta da una impressionante mole di dati raccolti in tre anni di ricerche, si accanisce contro il pregiudizio di un falso mito che per anni ha disegnato i figli unici come individui problematici, disadattati e tristi.   A quanto pare i figli unici sarebbero più intelligenti, più maturi, più in grado di bastare a se stessi, più capaci di creare relazioni durature e più self confident dei figli nati in famiglie numerose. In sostanza avrebbero per ‘destino’ una più spiccata capacità di leadership. Inventano giochi per sé, frequentano e parlano di più con gli adulti, scelgono razionalmente i propri compagni di merende sulla base del proprio carattere, e non sulla genetica. Questo li rende più consapevoli e meno dipendenti dagli altri, e quindi maggiormente in grado di prendere decisioni, di scegliere, di rischiare. Di raggiungere le vette della politica e del mondo degli affari.   Questa ‘rivincita sociale’ del figlio unico ha il grande pregio di portare alla luce tematiche antropologiche su cui occorrerebbe spendere un po’ più di tempo.   Perché il pensiero che da soli si possa essere più efficaci, più efficienti, più forti, più tutto, è funzionale ad una visione del mondo dedicata alla lotta, alla competizione, alle regole del mercato. Quella giungla asfaltata dove tutti vivono per sopravvivere e sopravvivere meglio degli altri.   Fortunatamente le scoperte scientifiche stanno rendendo solide, invece, le ragioni di quella visione del mondo che fonda l’identità dell’uomo nelle relazioni. Gli esperimenti sui neuroni specchio, il linguaggio delle lacrime, gli automatismi protettivi verso il più debole, la scienza dimostra che gli essere umani sono biologicamente sociali, e che lo sono prima sul piano fisico che emozionale. Che le organizzazioni sono create per soddisfare un bisogno che è prima di tutto istintivo. L’uomo in relazione con gli altri uomini. E gli altri uomini in relazione tra loro.   Forse, nel mondo di oggi, siamo tutti figli unici perché abbiamo abbandonato la reale voglia di condividere. Nonostante il dilagare di strumenti sociali. Di esternalità di rete. Di omni-canalità. Commentiamo le foto di amici e parenti, sappiamo sempre dove sono, cosa fanno, cosa pensano, dove vivono, che musica ascoltano, se hanno o non hanno una determinata competenza professionale. Sappiamo quali sono le loro relazioni, qual è il loro stato d’animo. Guardiamo il loro tramonto sulla parte opposta dell’emisfero. E’ come se l’altro ci regalasse il suo sguardo e noi gli restituissimo il nostro.   Ci sembra di condividere, ma ci sarebbe da domandarsi se ad un livello più profondo, forse nel territorio dell’inconscio, in quel modello di Homo homini lupus a cui la nostra società ci abitua, non sia questa la migliore forma per controllare l’altro, e quindi sapersene difendere.   Condividere le responsabilità, condividere il rischio, condividere le scelte.   Questo il senso della solidarietà fraterna. In tutti gli aspetti della vita. In amore, in famiglia, nei luoghi di lavoro.   Questo, forse, il senso dell’appartenza che, come diceva un altro caro e amato cantante, dovrebbe essere l’avere gli altri, dentro di sé…

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