Post Scriptum – Il cappello del capo

Scritto da cortesi on . Postato in Post Scriptum : Dialoghi senza cravatta

“Cos’hanno in comune un corvo e uno scrittoio?”, chiedeva Carroll ai suoi lettori tramite la bizzarra figura del cappellaio matto nel suo Alice nel Paese delle meraviglie. Non è mai esistita risposta a questo indovinello. E il motivo per cui l’autore l’abbia messo in bocca ad un individuo così particolare non è dato saperlo. Eppure quel cappellaio, con la pelle macchiata di mercurio e una parlantina svelta e senza senso, sfaticato e amante degli orologi, nel mondo di Alice assume un’essenza e una credibilità proprio grazie al suo famigerato cappello. L’Inghilterra è da sempre la maggiore produttrice e consumatrice di cappelli. Se ne fanno di tutti i tipi, pesi, forge, misure. La regina Elisabetta è nota per i suoi britannici cappellini colorati e la bombetta di Bowler è entrata di diritto nella nostra iconografia come il signore di tutti i cappelli. Che gli inglesi siano più bravi a darsi un tono con la testa coperta? Non saprei dirlo, ma senza dubbio indossare un pezzo di stoffa sulla testa sottolinea uno stato, l’appartenenza a qualcosa. Pensiamo al mondo militare, pensiamo al copricapo frigio della rivoluzione francese, pensiamo al berretto a sonagli, quello portato dal buffone, o dall’uomo traditore come nel caso di Pirandello. Il cappello è un simbolo e come tale riempie di un certo significato colui che lo indossa e che in alcuni casi è bene togliere, per cortesia, per rispetto, per saluto o semplicemente per mettersi allo stesso livello dell’altro. Molti Manager, quando diventano capi, indossano l’invisibile copricapo della gerarchia e molto spesso non lo tolgono perché il cappello ripara e rende più alti. E sotto quella visiera ci si sente protetti, e ci si delizia nel guardare il mondo dall’alto, in verticale. Non è sempre facile capire quando occorre appendere al chiodo quel pesante cilindro perché ci sono situazioni in cui la leadership ha bisogno di essere alimentata da un fare distante e assertivo. Ma c’è un momento, di fondamentale importanza nella vita di un Manager, in cui si rende necessario togliersi di dosso quell’ingombro intellettuale, rimettersi a posto i capelli, cambiare postura e mettersi in orizzontale davanti allo sguardo delle persone con cui si lavora: il momento della valutazione. Valutare viene dal termine latino “valitus”, participio passato di valere. Che vuol dire stimare, dare un prezzo, sempre tenendo in conto qualcosa o qualcuno. Eppure nelle organizzazioni, così come nella scuola, il valore della valutazione è spesso paragonato a quello della verifica di una competenza, di una capacità, di un apprendimento. Dall’alto. Da colui che quella competenza, quella capacità, quell’apprendimento, implicitamente possiede, perché ha un ruolo superiore, perché è posto su un gradino più alto della scala. Ma non si è mai soli nell’ora della valutazione. I ruoli sono due (come minimo), quello del valutatore e quello del valutato. Quello di colui che deve nutrire, con un consiglio, un ammonimento, un premio. E quello che lo deve digerire, assorbire, accettare o meno. Il capo è colui che ha la responsabilità del feedback, e in questo il termine inglese ci viene molto in aiuto, perché contiene in sé la dimensione della reciprocità. Feed = nutrire. Back = indietro. Perché è l’altro che si valuta, e in questa azione si mette in moto un rapporto tra soggetti che mette in discussione l’immagine del sé. Di te come capo e dell’altro come risorsa, come gruppo, come organizzazione tutta intera. E non solo dell’oggi ma anche del domani, perché ad essere valutato è sia ciò che si è appreso che quello che è in potenza, che se ben indirizzato può tradursi in atto, ovvero il potenziale di quell’individuo, il cui valore, come in natura, dipende appunto dalla posizione in cui si trova, in cui si muove. E che più o meno consciamente rimanda la palla dall’altra parte. Valutare è dunque un dare e un ricevere al contempo. E’ un flusso di reciprocità che non bisogna rendere unilaterale, che non bisogna arroccare sulla dimensione del singolo, che non bisogna avvicinare nascondendosi sotto il proprio cappello. Perché valutare è un dialogo costante, articolato e complesso, che pretende consapevolezza. E in questo la postura orizzontale può essere una grande alleata, perché come quando si parla ad un bambino, è bene chinarsi per vedere il mondo alla sua stessa altezza.

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