Post Scriptum – Paura del nuovo

Scritto da cortesi on . Postato in Post Scriptum : Dialoghi senza cravatta

Ho trovato una vecchia foto l’altro giorno, in una grigia scatola di scarpe riposta nell’armadio. Ci sono io, sorridente, giovanissimo, con un paio di pantaloni stretti e una testa nascosta da tanti capelli. Ci sono i miei compagni di merende, che mirano sfrontati all’obiettivo della macchina fotografica, con quella tipica insicurezza di maschi adulti che non sanno ancora bene chi sono ma che hanno una voglia matta di mangiarsi il mondo. C’è un paesaggio dietro di noi, quello dell’università, che pullula di frenesia giovanile, sempre la stessa nonostante gli anni. Io sono al lato destro, a stento riconosco il mio sguardo dietro quei grandi occhiali dalla montatura quadrata. Eppure il sorriso è proprio il mio. Un ghigno più che un sorriso in realtà. Ricordo perfettamente cosa mi stesse passando per la testa nel preciso istante in cui la foto è stata scattata… Avevo una gran fame, un buco allo stomaco immenso e minaccioso, come il futuro che si affacciava davanti a noi quattro amici sbarbatelli.

Ne ho fatta di strada da allora. Ho incontrato altri studenti nel corso della mia vita, aule in cui ho rivisto tanti giovani me, che avrebbero immortalato le loro emozioni in altrettante simili foto. Mentre la mia vita scorreva ed esplorava viali alberati e vicoli tortuosi che mi avrebbero portato in differenti città, ruoli, età, aziende.

Non sono più quel ragazzo dai grandi occhiali, anche se ancora mi chiamo Gabriele. Non ho più i suoi gusti in fatto di vestiti, anche se mi è rimasta la stessa predilezione per il blu, il grigio, e lo spezzato. Non ho più il suo stato civile, anche se mia moglie in quella foto già apparteneva al mio cuore. Non posso mangiare tutto quello che mi passa per la testa senza avere conseguenze, anche se il pesce continuo a non poterlo sopportare.

Sono sempre io. Ma sono cresciuto. Sono maturato. Sono cambiato. Come tutti noi, perché l’unico fattore costante della vita, nel suo aspetto biologico, è il cambiamento. La materia si trasforma in continuazione e le cose nascono, mutano, muoiono. In natura nulla rimane fermo, tutto si muove, tutto si evolve, tutto scorre. Panta Rei.

Gli esseri umani sono innaturalmente ostili a questo aspetto della vita. Alzarsi dalla poltrona del conosciuto fa paura e immobilizza anche le anime più coraggiose. Ci si aggrappa al passato perché si ha paura del nuovo. Nel nostro piccolo mondo antico, che sia privato, che sia professionale, che sia conscio o che appartenga ad uno strato più nascosto del nostro incantevole esistere, ci sentiamo comodi e forti. Eppure quante volte ci fermiamo a sperare che qualcosa di nuovo stimoli il nostro pane quotidiano? Che a volte arriva ed esalta e altre volte arriva e spaventa. Perché il modo in cui il cambiamento si vive dipende dal carattere, dalla voglia di mettersi in gioco o meno, dalle esperienze di vita, quelle attuali e quelle passate, dall’allineamento col proprio desiderio. Il tempo che verrà è un libro aperto da leggere giorno dopo giorno, riempiendolo di emozioni, con la magica penna della propria volontà.

Le teorie di Change Management, ovvero della gestione del cambiamento e della transizione, fondano la loro ragion d’essere proprio sulla ritrosia umana all’accettare nuove abitudini, atte ad una trasformazione sia in termini psicologici che organizzativi. Si sentono al sicuro adagiate nella loro “comfort zone”. Così come le specie, le organizzazioni tendono ad essere istintivamente conservative. Si proteggono da ciò che minaccia il loro spesso conquistato con fatica equilibrio, si proteggono da colui che arriva a “farsi a capo ad introdurre nuovi ordini” come diceva Machiavelli ammonendo il suo ideale Principe.

Si rende pertanto necessario fornire all’individuo una serie di strumenti per poterlo accompagnare in questo cammino, che siano in grado di aiutarlo ad orientarsi per non essere sovrastati dalle montagne di diversità verso cui si sta muovendo il loro nuovo mondo. Il coaching è uno di questi, perché sollecita una persona a lasciare la zona di comfort per andare oltre, per scrivere un altro progetto di vita e aprirsi a nuove possibilità. Del resto cos’è la vita se non uno scorrere di continue possibilità? Si dice che il cambiamento possa davvero realizzarsi soltanto se il prodotto delle forze che lo scatenano è più forte della resistenza che vi si oppone. Se la corda tira di più verso la squadra dei conservatori, non c’è trasformazione, ma involuzione, con conseguenze disastrose a volte, per la società, per l’organizzazione, per l’individuo.

Certo è difficile cambiare, ci vuole coraggio. La motivazione è spesso quel faro che conduce al di là della barriera dell’immutabile, che consente al cuore di buttarsi oltre l’ostacolo e alla mente di aprirsi verso il sentiero dell’ignoto. Ma è anche quella che più spesso si perde nella vita di tutti i giorni, perché per sentirla chiara dentro di sé c’è bisogno di darle il senso che merita, in modo da farle acquistare energia. E il senso delle cose si ha solo se le si guarda a tutto tondo. E a volte non ci è dato farlo. Ma comunque armiamoci di pazienza perché purtroppo o per fortuna, nella vita i momenti per cambiare arrivano sempre. Cambiare lavoro, cambiare Paese, cambiare status. Volerlo è il primo passaggio che siamo chiamati a fare, basta mettere a letto la paura. E provare a ricordare che un tempo sapevamo accogliere il nuovo, quando guardavamo il mondo con gli occhi della sorpresa, quando non ne conoscevamo il nome ma ridevamo di fronte ad una cosa mai vista, quando seguivamo con le dita tutto quello che ci passava accanto, e provavamo curiosità per i colori della vita, quando anche la nostra isola era lo stesso “Brave new world” della fragile Miranda*.

*Miranda è la giovane e ingenua figlia di Prospero ne “La tempesta” di Shakespeare.

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