Post Scriptum – La giusta distanza

Scritto da cortesi on . Postato in Post Scriptum : Dialoghi senza cravatta

“Se il giornalista si perde nell’emozione, è fritto”, diceva Bentivoglio nel film capolavoro di Mazzacurati “La Giusta Distanza”. L’ho rivisto di recente. Mi è piaciuto più della prima volta.   Forse per un senso di nostalgia nei confronti del regista padovano, forse perché mi sono particolarmente soffermato, ora che non c’è più, sul suo modo di guardare il mondo in dissolvenza.  Mantenere la giusta distanza è il dovere di un giornalista, è la regola primaria da tenere a mente per raccontare i fatti, per cogliere i dettagli, per capire i fenomeni. Non essere lontano dagli accadimenti, così da non sembrare freddo e indifferente, ma nemmeno avvicinarsi troppo, così da non lasciarsi coinvolgere e rimanere obiettivi. Il giornalista non può rompere questo sacro patto, perché il rischio è troppo alto, indebolimento di pagine di inchieste, cronaca senza pathos, notizie che non interessano a nessuno. Ma il giornalista non è l’unico a dover rispettare quell’ipotetico spazio tra il soggetto e l’oggetto delle sue attenzioni.   La buona relazione terapeutica medico-paziente si fonda sulle stesse basi, e diventa la giusta distanza, non il distacco, a reggere il moccolo. E spaziando nel mondo dei mestieri, possiamo dire lo stesso anche di altri. Persino l’attore, l’interprete, colui che più di tutti diventa oggetto e strumento stesso della propria professione, deve essere in grado di “straniarsi”, per dirla come Brecht, ovvero di non immedesimarsi affatto nel proprio personaggio, ma di vestirne i panni rimanendone al di fuori, con analiticità e spirito critico. Fenomeno portato ad estreme conseguenze nell’arte della comicità. L’attore comico dialoga col suo pubblico in maniera interattiva, con un occhio lo guarda, con l’altro lo sente. Ne percepisce l’umore, l’odore, ne percepisce istintivamente il ritmo, e ad esso si adatta, per mantenere costante il dialogo e sapere quando è il momento di alzare i toni, andare più lenti, accelerare una battuta, fare quella pausa lunga proprio quel tempo lì. Il giusto tempo. E giù a risate.   Sul palco, così come nella vita, esistono le stesse poche importanti regole. Il tempo di entrata, quel battere e levare così istintivo in un comico, non lo si impara dall’oggi al domani, fa parte di quella capacità innata di essere empatici col mondo, di essere animali sociali. Ma certo ci si può allenare, osservando l’esterno a 360 gradi e sotto varie dimensioni per raffinare la nostra capacità di interazione, per saper cogliere le sfumature.   Lo spazio e il tempo assumono dunque un ruolo fondamentale nell’intelligenza sociale dell’individuo di tutti i giorni. E l’uomo, sin dai tempi di Aristotele, ha analizzato, ponderato, vivisezionato questi due grandi colossi della realtà fenomenica. Mettendoli insieme, cercandone il legame, come un duo di ballerini di tip tap, come due nuotatrici sincronizzate, il trucco è farli viaggiare allo stesso ritmo. Perché il tempo, è la misura dello spazio, e del suo muoversi e mutare “secondo il prima e il poi”. E’ ciò che sa rendere fluido il solido, come dice Bauman, sociologo polacco. E’ quel guizzo di flessibilità, di fronte all’immobilità di uno spazio fermo.   Ma c’è un giusto tempo? E c’è un giusto spazio? E giusto per chi? Da chi è che bisogna distanziarsi o avvicinarsi per capire quando è il momento di intervenire, di agire, di stare meglio, di vivere in maniera più intelligente? E soprattutto, il giusto momento per chi? Nei confronti di chi? Miei, dell’altro, della società, dell’organizzazione? Forse un po’ quello di tutti.   Domande ancora aperte, ma fondamentali in tutti gli ambiti del nostro esistere, certamente nella prospettiva manageriale, certamente all’interno delle organizzazioni, ma anche in tutta la nostra vita. Spesso si sbaglia ritmo, e non si ottiene il risultato voluto perché manca l’implicito dialogo con l’altro. E si guarda solo a se stessi, e alle proprie esigenze, ai propri bisogni di affermazione. Dire sempre quello che ci passa per la testa può essere senz’altro una virtù in senso assoluto. Può voler dire essere sinceri e coraggiosi. Può voler dire non avere rimpianti in futuro. Può voler dire non farsi mai mettere i piedi in testa. Tutto vero. Ma spesso lo si fa nel momento sbagliato e questo manda completamente all’aria l’opportunità che l’altro ci venga dietro, capisca le nostre esigenze e magari cambi atteggiamento. Il problema è sempre lì, è la distanza, è il coinvolgimento. Da tutti gli “angoli” della medaglia.   Forse un buon Manager è colui che sa cogliere le opportunità meglio di altri, sa gestire i propri collaboratori, sa utilizzare diversi modi di interagire, sa capire quando dire e quando non dire, sa fin dove spingersi con le confidenze e sa dove fermarsi. Forse il bravo Manager è un uomo che sa cogliere i dettagli. E forse lo fa perché in fondo è solo un uomo che sa scegliere. Quel giusto tempo. E quel giusto spazio.

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